Il morbillo torna a circolare con forza in Italia e non colpisce soltanto i bambini. Nei primi cinque mesi del 2026 sono state registrate 609 segnalazioni, comprese quelle ancora da classificare definitivamente: il 78,1% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Il Ministero della Salute richiama le Regioni a rafforzare sorveglianza, diagnosi di laboratorio e campagne di recupero vaccinale, rivolgendosi soprattutto ai giovani adulti che non hanno ricevuto entrambe le dosi.
La fotografia contenuta nella nuova circolare ministeriale mostra infatti una malattia che si sta diffondendo prevalentemente tra adolescenti e adulti. L’età mediana dei casi è di 30 anni e la fascia più coinvolta è quella compresa tra 15 e 39 anni, con 345 segnalazioni. Seguono le persone tra 40 e 64 anni, con 124 casi, e i bambini fino a quattro anni, con 98.
Proprio tra i più piccoli, tuttavia, si osserva l’incidenza più elevata in rapporto alla popolazione: 49,4 casi per milione di abitanti. Un dato particolarmente delicato perché i bambini con meno di un anno non hanno ancora completato il normale ciclo vaccinale e dipendono anche dalla protezione assicurata dalla comunità.
Campania e Calabria tra le aree più interessate
L’incremento non è distribuito uniformemente. Confrontando i primi cinque mesi del 2025 e del 2026, la Campania è passata da 18 a 100 casi segnalati. Ancora più marcato l’aumento in Calabria, da 17 a 265 casi. Il Lazio è salito da 47 a 54 casi, mentre la Toscana è passata da 6 a 49.
Le analisi genetiche indicano la presenza dei genotipi B3 e D8. Il primo è associato ai focolai osservati in Campania e Toscana, mentre il secondo è responsabile del focolaio calabrese. La ricostruzione delle catene di trasmissione conferma che alcune varianti già presenti nel 2025 hanno continuato a circolare nel Paese. �
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Nel conteggio dei soli casi già confermati, il 2026 ne registra 472 nei primi cinque mesi, contro 322 nello stesso periodo del 2025 e 509 nel 2024. La differenza rispetto alle 609 segnalazioni complessive dipende dai tempi necessari per completare gli accertamenti e classificare i casi come confermati, probabili o possibili.
Nove malati su dieci non erano vaccinati
Il dato più netto riguarda la vaccinazione. Tra i casi del 2026 per i quali era disponibile l’informazione, il 93,3% riguardava persone non vaccinate. Nella fascia tra 15 e 39 anni la percentuale sale al 94,7%.
Il fenomeno non nasce nel 2026. Nel 2024 l’Italia aveva registrato 1.045 casi di morbillo, il 90,5% dei quali confermato in laboratorio. Tra i pazienti di cui era noto lo stato vaccinale, il 90,1% non aveva ricevuto il vaccino, mentre il 5,8% aveva ricevuto una sola dose. Nel 2025 i casi erano scesi a 529, senza però arrivare all’interruzione della trasmissione. �
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Il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia prevede due dosi. La seconda non è un semplice richiamo accessorio: serve a proteggere anche la piccola quota di persone che non sviluppa una risposta immunitaria sufficiente dopo la prima somministrazione.
Nessuna Regione raggiunge il 95% con due dosi
Per interrompere stabilmente la trasmissione di un virus tanto contagioso l’Organizzazione mondiale della sanità indica una copertura di almeno il 95% con due dosi. I dati del 2024 mostrano invece che nessuna Regione o Provincia autonoma italiana ha raggiunto questa soglia per la seconda dose.
La media nazionale si ferma all’84,45%. In Campania la copertura è del 71,89%, in Calabria del 76,80% e in Sicilia del 67,88%. Anche territori che superano il 95% con la prima somministrazione restano spesso lontani dall’obiettivo con la seconda. Sono questi vuoti immunitari a consentire al virus di trovare persone suscettibili e alimentare nuovi focolai. �
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Crescono i ricoveri, coinvolti anche gli operatori sanitari
Il morbillo non è una banale malattia esantematica dell’infanzia. Può provocare otite, diarrea, polmonite, infiammazione cerebrale e, più raramente, conseguenze permanenti o morte. Il rischio di complicanze è maggiore nei bambini molto piccoli, negli adulti, nelle donne in gravidanza e nelle persone immunodepresse.
La quota di casi ricoverati è aumentata dal 49,5% del 2024 al 56,3% del 2025, raggiungendo il 57,8% nel 2026. Il ricovero può riflettere sia la gravità clinica sia la necessità di isolamento e controllo dell’infezione.
Preoccupa anche il coinvolgimento degli operatori sanitari: sono 55 tra i 417 casi per i quali era conosciuta la professione. Dei 45 sanitari con stato vaccinale disponibile, 40, pari all’88,9%, non erano vaccinati. Ospedali e ambulatori possono diventare luoghi di esposizione, soprattutto quando il morbillo non viene riconosciuto immediatamente. �
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I sintomi e quando avvertire il medico
Il morbillo inizia generalmente con febbre alta, tosse, naso che cola, congiuntivite e forte malessere. Dopo alcuni giorni compare l’esantema: macchie rosse che tendono a partire dal volto e dalla zona dietro le orecchie per estendersi al tronco e agli arti.
Chi sospetta il morbillo non dovrebbe recarsi senza preavviso nello studio medico, in pronto soccorso o in una sala d’attesa, dove potrebbe contagiare altre persone. È preferibile telefonare prima al medico o al servizio sanitario, descrivere i sintomi e seguire le indicazioni ricevute. La malattia si trasmette molto facilmente per via aerea e una persona contagiosa può diffondere il virus ancora prima della comparsa delle macchie.
Che cosa fare se non si ricordano le dosi
Il Ministero chiede di avviare campagne mirate, verificare lo stato vaccinale e recuperare chi non ha completato il ciclo, coinvolgendo medici di famiglia e pediatri. Una particolare attenzione viene riservata ai giovani adulti, agli operatori sanitari e alle altre categorie maggiormente esposte.
Chi non ricorda se abbia ricevuto entrambe le dosi può controllare il certificato vaccinale o rivolgersi alla propria Asl. Il vaccino è costituito da virus vivi attenuati e presenta specifiche controindicazioni, tra cui la gravidanza e alcune condizioni di grave immunodepressione: in questi casi la valutazione deve essere affidata al medico.
L’obiettivo non è soltanto ridurre il numero dei casi, ma tornare a interrompere la trasmissione endemica. Per riuscirci non basta vaccinare bene i bambini di oggi: occorre chiudere anche le lacune accumulate nelle generazioni più adulte, nelle quali il virus sta trovando il principale serbatoio di persone ancora suscettibili.