Un medico specializzando è stato aggredito all’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli, episodio che riporta l’attenzione sulla violenza contro il personale sanitario in Campania. L’aggressore è stato fermato dai Carabinieri dopo una presunta contestazione per l’assistenza alla moglie ricoverata.
Il testo denuncia una situazione strutturale di insicurezza in ospedale, legata a carenze di organico, reparti affollati e tensioni crescenti. Ordine dei Medici e sindacati chiedono presidi di sicurezza, controlli agli ingressi e strumenti di protezione per il personale.
Un pugno al volto a uno specializzando in corsia. L’ennesimo episodio di violenza consumato all’interno dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli riaccende i riflettori su un’emergenza ormai strutturale: la totale mancanza di sicurezza per chi lavora nei luoghi di cura in Campania.
A scatenare la furia di un ventiseienne — subito fermato dai Carabinieri — sarebbe stata la presunta scarsa attenzione riservata alla moglie ricoverata nel reparto di Ostetricia e Ginecologia. Per il giovane medico la prognosi è di dieci giorni, ma a riportare i danni più gravi è un intero sistema sanitario che continua a perdere pezzi sotto la spinta della frustrazione e del degrado sociale.
Non siamo più di fronte a tragiche fatalità. Le aggressioni ai danni di medici, infermieri e personale di presidio sono diventate una costante intollerabile. Organici ridotti al minimo, liste d’attesa interminabili e strutture saturate creano la miscela perfetta in cui il camice bianco finisce per fare da scudo umano alle carenze del sistema. Chi entra in ospedale per curare si ritrova a dover pensare prima di tutto a come difendersi.
Duro il commento dell’Ordine dei Medici e dei sindacati di categoria, che tornano a chiedere risposte immediate alle istituzioni. L’inasprimento delle pene sulla carta non basta più se le corsie restano sguarnite: servono presidi fissi delle forze dell’ordine nei punti più critici, filtri più rigidi agli ingressi dei reparti e la diffusione di dispositivi di protezione, come le videocamere indossabili già adottate in alcune realtà della regione.
Garantire l’incolumità del personale sanitario non è una rivendicazione di categoria, ma una tutela diretta per i cittadini stessi. Dove manca la sicurezza crolla la qualità del servizio e si spezza il rapporto di fiducia tra comunità e sanità pubblica. Se lavorare in ospedale diventa un atto di coraggio, a perdere è tutta la collettività.
