La sanità campana è in stallo perché la Regione non ha ancora definito tetti di spesa e contratti per le strutture convenzionate. Con il nuovo tariffario LEA, i fondi per la radioterapia oncologica si sono esauriti rapidamente, mettendo a rischio la continuità delle cure.

Il blocco colpisce migliaia di pazienti, soprattutto nei centri accreditati che erogano oltre il 60% dei trattamenti regionali. Se il servizio si interrompesse, crescerebbero liste d’attesa, spostamenti fuori regione e costi insostenibili per molti malati.

Di fronte a tetti di spesa esauriti e burocrazia incagliata, la politica regionale tentenna. Intanto, per migliaia di malati di tumore, il tempo e la speranza si consumano in lista d’attesa.

Nelle corsie della sanità campana la vita dei malati di tumore rischia di essere scandita da un contatore contabile. La conferenza stampa promossa ieri a Napoli dai centri di radioterapia accreditati e dalle associazioni di categoria ha aperto uno squarcio drammatico su una realtà in cui il diritto alla cura e la tenuta dei bilanci pubblici sembrano essersi trasformati in due forze inconciliabili.

Sotto accusa c’è l’impasse della Regione Campania che, a oltre metà anno inoltrato, non ha ancora stipulato e programmato i tetti di spesa e i contratti per le strutture convenzionate. Il paradosso burocratico è esploso con l’applicazione del nuovo tariffario nazionale LEA: se da un lato riconosce e aggiorna il valore delle prestazioni ad alta tecnologia, dall’altro – a parità di budget stanziato dalla Regione – esaurisce le risorse a una velocità triplicata. Il risultato? I fondi destinati a coprire le prestazioni dell’intero anno si sono volatilizzati nei primi mesi, spingendo la rete privata convenzionata sull’orlo dell’interruzione del servizio in convenzione dal 31 luglio.

La realtà del territorio e la frattura sociale

Sul piano sociale, l’impatto di questo cortocircuito è devastante. Nel comparto campano della radioterapia oncologica, il settore privato accreditato garantisce oltre il 60% del totale dei trattamenti su scala regionale. Oltre 9.000 pazienti ogni anno sostengono le proprie cure in queste strutture, a fronte delle capacità della rete pubblica (circa sette centri in tutta la regione) già oggi saturate al massimo della capienza.

Qualora il servizio convenzionato dovesse arrestarsi, la frattura sociale diventerebbe irrimediabile:

  • Chi ha risorse economiche sufficienti sarà costretto a pagarsi privatamente terapie dal costo di migliaia di euro o a intraprendere i “viaggi della speranza” verso gli ospedali del Nord Italia.
  • Le fasce sociali più fragili e meno abbienti rimarranno intrappolate in liste d’attesa interminabili nel pubblico, vedendo compromessa la propria speranza di sopravvivenza.

Il cortocircuito politico: dall’uscita dal commissariamento al nodo delle responsabilità

Sul piano politico, la vicenda riaccende i riflettori sulle incongruenze della gestione della sanità regionale. A poche settimane dall’annuncio sui traguardi raggiunti con l’uscita dal Piano di Rientro finanziario, la macchina amministrativa si ritrova incastrata in una pesante stasi. L’assenza di programmazione preventiva e il costante ricorso alle rincorse burocratiche dell’ultimo minuto dimostrano come l’efficienza economica sia stata spesso anteposta alla pianificazione sociale del bisogno sanitario.

La richiesta arrivata al Governo regionale dai medici, dagli operatori e dalle famiglie dei malati è chiara e immediata: la sanità non può vivere di proroghe emergenziali né di tecnicismi finanziari. Serve una delibera d’urgenza che adegui e sblocchi le risorse per coprire l’effettivo fabbisogno terapeutico della popolazione.

In gioco c’è molto più del rinnovo di un accordo di categoria o di un saldo di bilancio: c’è il patto di fiducia fondamentale tra le istituzioni e i cittadini più vulnerabili, a cui lo Stato ha il dovere costituzionale di garantire non solo una cura, ma la speranza stessa della vita.